Martedì, 19 Gennaio 2021

Le grotte del Crocifisso

Giovedì 23 ottobre 2014 – Sant’Alphio Palace Hotel

Una serata dedicata ad una interessante e preziosa conoscenza dei beni culturali ed ambientali di Lentini e del suo Territorio  quella organizzata dall’Archeoclub locale che ha avuto come Relatore il prof. Elio Cardillo ed ha visto la partecipazione di un nutrito numero di Soci e di Ospiti tra cui i Presidenti o Rappresentanti delle Associazioni Culturali della città, come  FIDAPA, Kiwanis, Lyons, Sicilia Antica Lentini Carlentini, che la presidente prof.ssa Maria Arisco, ha salutato affettuosamente in apertura.

E’ poi passata alla presentazione del prof. Cardillo, un grande amico di tutti, un personaggio molto noto per il suo trascorso lavoro di docente di biologia a Saronno, nei primi anni della sua carriera, e poi  di scienze matematiche nella nostra città e, soprattutto, per le molteplici attività da lui messe in opera con grande competenza ed amore, come riferisce la Presidente commentando l’articolato curriculum con annotazioni personali dettate da esperienze ed impegni vissuti insieme.

Ha parlato dei tempi della FUCI, nella quale, tra il ’64 e il ’71, Elio ha rivestito ruoli di spicco; della sua attività di capocomico e regista della Compagnia teatrale “Pentastudio”;  del prezioso lavoro di classificazione del patrimonio artistico del lentinese con la produzione tra il ’70 e il ’75 di un corposo archivio di immagini del territorio. Ha parlato delle  sue pubblicazioni  che annoverano due libri di poesie  “Zagara e no” del ’92  e “Il nulla d’altri” del ’96, e, del 2008, il volume “A levante mi volgo” con il quale ha vinto il “Premio Firenze”.  Ha continuato ricordando che Elio è stato direttore artistico nelle due edizioni del grande “Presepe vivente” nel quartiere di S. Paolo e di numerosi momenti culturali e religiosi nella città; che, nominato Ispettore Onorario ai Beni Culturali, ha creato la raccolta fotografica “Lettura poetica del territorio tra essere e apparire” custodita dal Liceo  Classico “Gorgia” di Lentini; che ha realizzato tre film sulla tematica giovanile , tratti dai suoi racconti, curandone la sceneggiatura e la regia; che è stato vincitore del Premio letterario “Ciccio Carrà Tringali” con la raccolta “Terra incline”. E, per finire, ha ricordato che nel 1984 ha fondato l’Associazione dei “Devoti Spingitori” della Vara di S. Alfio.

E’ la volta del prof. Cardillo che, molto emozionato, ha aperto il suo intervento con una considerazione che vuole essere un ringraziamento ed una risposta ai complimenti che la Presidente e il Pubblico gli hanno tributato: “non mi considero un esperto bensì un innamorato delle opere d’arte”. Ha incentrato il suo discorso sul tema della “conoscenza” Conoscere significa entrare in armoniosa sintonia con l’opera d’arte; stabilire un intimo dialogo, chiedersi il perché delle cose, perchè “le pietre, le pitture parlano”, parlano i silenzi e gli occhi di chi guarda per “conoscere”. Ha ricordato la figura del prof. Ciancio che ha insegnato a molti di noi,  ex studenti del Liceo “Gorgia” negli anni ’50 – ’60,  ad amare ed apprezzare, nella giusta maniera, le opere d’arte.

E’ passato poi ad illustrare le Grotte del Crocifisso servendosi della proiezione su schermo delle  numerose immagini da lui prodotte tra il 1977 e il 1979. Ogni immagine gli ha fornito lo spunto per descrivere il luogo, la sua storia, le trasformazioni e gli adattamenti  apportati agli ambienti, la composizione delle numerose pitture murali, lo stato attuale e le varie sovrapposizioni che rendono molto difficoltosa la loro “lettura” e la datazione.

Le grotte del Crocifisso, site nel comprensorio dell’antica Leontinoi, si possono annoverare tra le più importanti chiese rupestri della Sicilia, per la loro complessa articolazione e, soprattutto, per la ricchezza  del contenuto iconografico rappresentato dai numerosi affreschi. La denominazione è da attribuire alla presenza della pittura della Crocifissione, resa ormai quasi illeggibile dall’umidità e dall’incuria, posta sulla parete nord del primo vano, sicuramente la più antica.

“Secondo gli studiosi, il primo impianto dell'oratorio è da far risalire durante la dominazione normanna così come testimoniato dai più antichi affreschi rinvenuti. Tuttavia il complesso ha subito nei secoli numerose modifiche trasformandosi in un piccolo cenobio.

Dall'ingresso principale si accende ad un grande antro con una parete divisoria in cui frontalmente si trova l'abside affrescato con il celebre Cristo Pantocratore. A sinistra si accede ad un ambiente rettangolare da dove si aprono due piccoli ambienti uno dei quali adibito ad ossario.
In fondo al primo ambiente si arriva ad un grande spazio rettangolare con un moncone di pilastro sul soffitto.

Tra le iconografie più significative vi sono la rappresentazione di S. Chiara, S. Caterina da Siena, la Madonna con Bambino, Madonna in trono, S. Giovanni Battista , S. Elisabetta, ecc...(da internet).

Delle pitture menzionate e di molte altre, che via via venivano proiettate, Elio ci ha raccontato ogni minimo particolare, arricchendo il suo discorso anche con notizie riguardanti il culto di ”Maria madre di Dio” esistente a Lentini fin dall’antichità, riscontrabile a tutt’oggi nella toponomastica popolare –  vedi edicola posta all’angolo della scalinata, via Del Progresso, “a calata di Matri Diu”;  l’antica denominazione di Santa Maria la Cava della chiesa rupestre e della chiesa di S. Alfio; le avventurose vicende legate al recupero delle Reliquie dei Santi Martiri  Alfio, Filadelfo e Cirino. E tantissime altre interessanti e pregevoli informazioni.

La proiezione si è conclusa con una frase che racchiude tutto l’amore e il rispetto che il nostro Elio ha dedicato e continua a dedicare alle grotte del Crocifisso e a tutti i Beni ambientali e culturali del nostro territorio, e non solo.

” Se le pietre parlano, queste pitture gridano, anzi, gridarono prima di soccombere”

Ha completato il suo intervento con la lettura di una sua poesia , “Fuga a Leontinoi”, della quale mi piace riportare gli ultimi versi.

”…Le mura: giganti di sudore squadrati / e sui volti tra elmi e scudi / il bagliore delle torce / a violare l’eco degli anfratti / volato non lontano / e s’ode.

Di nient’altro / mi sento più figlio. “

I calorosi ringraziamenti della Presidente Maria Arisco e il lungo applauso del Pubblico, hanno posto termine all’affascinante incontro con un lentinese di cui noi tutti siamo orgogliosi concittadini. Grazie Elio per tutto quello che ci hai generosamente donato!

Gita  a  Caltagirone

Stemma di CaltagironeDomenica 12 ottobre 2014. Una visita guidata alla città di Caltagirone, la città della ceramica, non era una novità per nessuno; eppure numerosi Soci ed Ospiti hanno scelto di partecipare. Il ritorno nei luoghi già visti, anche più di una volta, infatti, non è mai un “dejà vu”; le cose già viste si rivedono sempre volentieri, con occhi nuovi e con nuovo spirito, si arricchiscono di notizie e di particolari, di affettuosi aneddoti, che non si trovano in nessun libro, e che solo le guide, veramente preparate e che amano la propria città, sanno raccontare. Siamo stati fortunati ad avere con noi la giovane guida, brava e molto preparata, Oriella Barresi per la visita della città e il dott.Pietro La Rocca per l’accurata e colta visita del Museo Diocesano, scelti sapientemente dalla nostra infaticabile presidente, prof.ssa Maria Arisco, che ci mette l’anima e tutto il suo tempo nell’organizzare ogni evento.

In autobus, dopo i saluti ai numerosi partecipanti e l’illustrazione dell’itinerario della visita, Maria ci ha intrattenuto dandoci le prime informazioni su Caltagirone, le sue origini, la provenienza del nome, la storia, le varie dominazioni, i suoi rapporti con l’antica ed illustre Leontinoi…lasciando, ovviamente, alle guide il compito di ”raccontare” la città nei minimi dettagli. Ci ha donato quel tanto che è servito come introduzione ad una bella giornata, all’insegna della cultura e dello stare bene insieme, come sempre.

La città di Caltagirone (Cattaggiruni, Cartaggiruni) è ubicata al centro della Sicilia, a 608 metri di altitudine, tra gli Iblei a S e i monti Erei ad W, adagiata su tre colline che, formando un anfiteatro naturale, costituiscono lo spartiacque tra la valle del fiume Maroglio, che sfocia nel golfo di Gela, e quella del Caltagirone che, attraversando la piana di Catania, sfocia nel mare Ionio. Tre colline che aprono lo sguardo verso l’Etna a NE e il Canale di Sicilia e SW.

E’ famosa per la produzione della ceramica, attività sviluppatasi nei secoli a partire dai tempi degli antichi Greci.

I primi insediamenti stabili nel territorio dell’odierna Caltagirone risalgono alla preistoria. La località fu scelta per la sua posizione strategica che le consentiva di controllare e di difendere un vasto territorio. In diversi periodi si sono succedute molte dominazioni: dai Bizantini ai Normanni, ai Saraceni fino agli Arabi che hanno introdotto nuove tecniche nella lavorazione dell'argilla, dando quindi un importante impulso all'artigianato della ceramica.

Questi ultimi furono cacciati nel 1076, quando i Calatini riuscirono ad espugnare la rocca di Judica portando a Caltagirone, come trofeo, la campana d’Altavilla che venne collocata nella chiesa Madre Santa Maria del Monte. Nell'estate del 1091, dopo aver sconfitto i Saraceni nei pressi di Caltagirone, nella piana che da allora fu detta del "Conte", il conte Ruggero dei Normanni entrò trionfante nella città il 25 luglio, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra il martirio di San Giacomo Maggiore, al cui intervento soprannaturale il conte attribuì la vittoria per averne invocato l'aiuto. Per questa ragione Caltagirone scelse l’Apostolo a proprio patrono, in sostituzione di San Nicolò e fu proclamata libera e indipendente dall'autorità centrale.

Una nutrita colonia di Genovesi, giunti intorno al 1040, contribuì non poco allo sviluppo della città e diede manforte al conte Ruggero contro i musulmani durante l'assedio della Rocca di Judica. Quest'aiuto valse alla città di Caltagirone i possedimenti dei territori circostanti e fu all'origine della ricchezza feudale della città. I Calatini, per riconoscenza, avrebbero adottato nel loro stemma, nel petto dell'aquila che troneggia tenendo tra gli artigli un osso, lo scudo crociato sostenuto da due grifoni, per ricordare l'antica origine, quella della Repubblica marinara.
A tutt’oggi la città conserva le tracce della presenza dei genovesi nei toponimi: le stradine del centro storico, i “vaneddi”, si chiamano, come a Genova, “carruggi”.

Tralasciando, per brevità, tutte le altre importanti vicende che hanno segnato la storia della città, bisogna ricordare che il 1693 fu l'anno che segnò una drammatica e radicale svolta per Caltagirone come del resto per l'intera Sicilia orientale. Un catastrofico terremoto la rase al suolo insieme ad altre dieci città: un immane disastro che costò la vita a circa 100 mila persone.
La città nell'arco di circa dieci anni risorse sulle sue rovine con un volto barocco, quello che ancora oggi conserva. Il benessere di cui godette è facilmente ravvisabile soprattutto nel centro storico di Caltagirone che presenta edifici sacri e pubblici di pregevole fattura, la cui costruzione e il cui rifacimento fu affidato, com'era in uso, ad abili e famosi architetti ed artisti dell'epoca.
La città conta a tutt’oggi oltre 90 chiese di cui una trentina aperte al culto religioso e molte altre adibite a luoghi per manifestazioni culturali, conferenze, concerti, mostre d’arte ecc.


Prima tappa della nostra visita è stata la Villa comunale, il polmone verde della città, che il Gruppo, seguendo la guida, ha raggiunto salendo due ripide rampe di scale. Ubicata nella sella che divide orograficamente in due la città, per la sua notevole estensione, circa 7 ettari, e per la sua particolare struttura ed articolazione, costituisce un singolare esempio di brillante risoluzione di un problema di modificazione urbanistica in tutta la Sicilia.

 

 

Costruita sullo stile dei giardini pubblici inglesi, riesce ad esprimere un’armoniosa fusione tra arte e natura. I suoi viali alberati, abbelliti dalla vegetazione di tipo mediterraneo che si alterna a grandi vasi in terracotta floreale, sboccano al centro del giardino dove spicca, per imponenza e per bellezza, un palco musicale, in stile moresco, rivestito dalla tipica maiolica policroma, e sormontato dallo stemma della città in maiolica. Ci siamo rinfrescati e rifocillati e, completata la visita della zona degradante della villa, ci siamo successivamente avviati verso il centro città.

Ci ha accolto Piazza G. Marconi, con sulla sinistra la Chiesa e il Convento di S. Francesco di Paola e al centro il monumento di Don Luigi Sturzo, un personaggio di grande spicco sociale e politico per la città, e non solo, il primo religioso che in Italia si è dedicato alla politica.
Abbiamo ascoltato con grande interesse quanto la guida Oriella ci ha riferito sulla vita travagliata e sull’operato, religioso, sociale e politico, dell’illustre personaggio.

 

Un’altra sosta al Tondo vecchio e poi, pian pianino, percorrendo l’erta salita lastricata, come la gran parte delle stradine di Caltagirone, di basole in pietra lavica disposte a spina di pesce, lucidate e rese scivolose dalle intemperie e dall’usura, abbiamo raggiunto il Museo Diocesano attiguo alla Chiesa di S. Francesco all’Immacolata.

 

Abbiamo raggiunto il Museo attraversando un chiostro contornato da archi sorretti da colonne con al centro un antico pozzo circondato da aiuole fiorite e altissime palme. Ad attenderci una esperta guida, il dott. Pietro La Rocca che, con grande competenza e con l’entusiasmo di chi ama molto il proprio lavoro, ci ha fatto conoscere ogni particolare dei numerosi e preziosi tesori conservati nelle tre Sezioni del Museo: la prima Sezione dove sono custoditi i vari oggetti, in oro e argento, che servono alla celebrazione dei riti sacri – calici, pissidi, reliquiari, ostensori, ecc; la seconda dedicata ai paramenti sacri e la terza dove sono esposte pitture sacre di pittori siciliani noti e sconosciuti.

 

Erano le ore tredici e trenta quando abbiamo lasciato il Museo. Data l’ora, il caldo e la stanchezza abbiamo apprezzato moltissimo la sorpresa che la nostra presidente ci aveva riservato. Ci attendeva, infatti, il trenino turistico con il quale abbiamo raggiunto il posteggio dell’autobus facendo un interessantissimo giro-città attraverso strade, piazze, vicoli e “carruggi” accompagnati dalle puntuali spiegazioni del guidatore, intercalate da canzoni e tarantelle siciliane che qualcuno ha cercato di stonare…“ciuri, ciuri”, “si maritau Rosa…”

Percorrendo la strada, quasi tutta in discesa, con curve e tornanti che si aprivano sorprendentemente su scorci panoramici della città e degli Erei, veramente mozzafiato; affiancata da colline argillose solcate da spettacolari calanchi, abbiamo raggiunto “Villa Tasca”, posta a circa due Km da Caltagirone, per la meritata e agognata sosta pranzo che si è rivelata gioiosa, gradevole, ricca di portate, ma troppo lunga! Erano, infatti, quasi le ore diciassette quando abbiamo lasciato il ristorante per ritornare a Caltagirone e completare la nostra visita. L’autobus ci ha lasciati nella parte alta della città dove ci attendeva la nostra guida Oriella. Ci siamo incamminati andando per impervi “carruggi”, lastricati da basole di pietra lavica a spina di pesce, scivolosissime, prima in salita e, poi, in discesa e abbiamo raggiunto la Scalinata di Santa Maria del Monte, al gradino n° 100. Abbiamo ascoltato con interesse la storia della scalinata, scattato foto di gruppo; ci siamo riposati…molti sono saliti fino al 142° gradino, l’ultimo; tanti altri, dopo aver sostato ancora un po’, siamo scesi facendo molta attenzione per non cadere data la pericolosa scivolosità della pietra lavica di cui è formata la spettacolare gradinata.

La Scalinata di Santa Maria del Monte venne costruita nel 1606 per collegare la parte antica di Caltagirone alla nuova città costruita nella parte alta. La scalinata, lunga oltre 130 metri, è fiancheggiata da edifici balconati ed è diventata l'emblema della città ed una grande attrazione turistica. E’ formata da centoquarantadue gradini in pietra lavica interamente decorata, nelle alzate dei gradini, con mattonelle di ceramica policroma, che riproducono motivi decorativi isolani dal sec.X al sec. XX raccolti e adattati da Antonino Ragona nel 1952, come dice il cartiglio sinistro posto a piè di scala; il cartiglio posto a destra riporta i nomi dei tre suoi collaboratori. La scala dei centoquarantadue gradini viene annualmente illuminata il 24 ed il 25 luglio (per la festa di San Giacomo, patrono della città), per Natale e per altre festività, da migliaia di lumini colorati (coppi) a fiammella viva. L’effetto ottenuto è veramente di grande suggestione e spettacolarità e vale la pena di vederlo.

La nostra visita volgeva al termine ed era già calato il buio, ma le sorprese non erano ancora terminate. Ad attenderci c’era il trenino turistico che, stavolta gratuitamente, ci ha caricati a bordo e ci ha fatto ripercorrere ancora vicoli e “carruggi” per lasciarci presso la bottega “Conci Ceramiche”. Quì un giovanissimo quanto abile artigiano ci ha mostrato, in maniera didattica, come da un informe pezzo di argilla, lavorando al tornio, si arriva alla realizzazione di un manufatto come la graziosa brocca che ha realizzato per noi. Eravamo veramente molto stanchi quando, a piedi, abbiamo raggiunto l’autobus per rientrare in sede. Guardando dai finestrini dell’autobus, con stupore e un po’ di malinconia, la città illuminata come un presepe, ci siamo avviati verso casa.
(Carmela Vacante)